Le parole e le cose. L’inquinamento del linguaggio e l’oblio delle vittime.
Non c’è dubbio che spesso le parole siano infettate o siano derubate della loro capacità di dire le cose. Non c’è dubbio che, come ha notato una volta R. Baumgart (citato da H. Weinrich, La lingua bugiarda, il Mulino 2007) le parole, anche quelle più “sacre”, come verità’, giustizia, libertà, onore, amore, democrazia, terra, popolo, patria, sangue, ma pensiamo anche a religione, Dio, Chiesa, politica, Stato, ecc., siano state rese, spesso, nella storia, “sbilenche”, tali da tendere, paradossalmente, verso il contrario di quello che avrebbero voluto significare, “verso la bugia”. Questo, soprattutto attraverso l’uso cinico del linguaggio, da parte di poteri e potenti, di ogni genere, che si sono, prima, appropriati e, poi, serviti, di parole importanti, in un modo menzognero: per giustificare, per controllare, per nascondere, per aggredire, per conquistare, per conservare, per sedurre….Forse questo fenomeno è, anch’esso, in modo pesante, all’origine della crisi di credibilità o, addirittura, della reazione di rigetto che alcune di quelle parole provocano oggi in molti. Come scrive Weinrich, “non c’è dubbio che le parole con cui si è mentito molto, divengano esse stesse false”. Con l’effetto di snaturare la comunicazione e la stessa esperienza umana. Sarebbe il caso di dire: attenti!, presidiamo i significati caratterizzanti la cultura e l’avventura umana!
È indicativo, in questa ottica, riflettere sul destino di mistificazione a cui sta andando incontro il significato della parola “vittima”, nel nostro tempo. È anche comprensibile come parole del genere siano senz’altro da mantenere nella purezza dei loro significati, dal momento che la consapevolezza di quei significati è, in un certo senso, la cartina di tornasole e la spia rivelatrice delle contraddizioni nei rapporti umani, così come dello standard di “umanità” della convivenza civile. Ora, è facile rilevare come la parola “vittima”, nel suo senso più pieno, dovrebbe riferirsi essenzialmente a soggetti, individuali o collettivi, impotenti, incolpevoli, dimenticati, senza voce ed esclusi di ogni genere, su cui sono scaricati il prezzo dello sviluppo e del benessere degli altri, quelli cioè che potremmo chiamare i “crocifissi” della storia, con un occhio attento al caso più drammatico tra essi. Nessuno penserebbe, infatti, di identificare, con il termine vittima, soggetti come Napoleone o Augusto o un re o un imperatore o un papa medievale, un capo di stato o un grande imprenditore, come Ford per esempio, e neppure, una potenza politica mondiale, una grande organizzazione finanziaria, politica o religiosa, nel momento in cui, tutti questi soggetti, siano nel pieno controllo delle loro risorse e del loro potere o mentre dispongono di un forte potere di influenza o di interdizione. Invece, oggi, succede anche questo! La parola “vittima” non viene quasi più usata per “mettere in chiaro” i tanti, veri “crocifissi” del mondo contemporaneo (che spesso sono enormi masse umane o interi continenti e non solo, purtroppo, le vittime degli incidenti, dei terremoti o della criminalità), ma, addirittura, applicata a sé dai potenti di turno, che tutto saranno meno che “vittime”. Basta guardare solo, a titolo di esempio, all’uso di questo termine, attribuito a sé da una grande potenza mondiale, per giustificare la “guerra preventiva”, al tempo dell’America di Bush, o, per guardare alle vicende, più grottesche, di casa nostra, al ricorso al termine “vittima” nella lotta politica quotidiana e nello scontro di interessi tra leader e gruppi, a caccia di consensi. In casi simili o analoghi, in cui uomini o organizzazioni, con enormi poteri a disposizione, per nulla vittime, nonostante qualche “graffio”, ricorrono all’uso “sbilenco” e alla “corruzione” della parola “vittima”, appropriandosene, si può rilevare come l’unico effetto, nella dinamica della comunicazione e della consapevolezza umana, sia quello di privare quella parola della sua forza critica, snaturarne il significato, renderla una “bugia” e indurre, così, tutti noi a dimenticare le vere vittime del mondo d’oggi, oscurandone la realtà. O no?
È indicativo, in questa ottica, riflettere sul destino di mistificazione a cui sta andando incontro il significato della parola “vittima”, nel nostro tempo. È anche comprensibile come parole del genere siano senz’altro da mantenere nella purezza dei loro significati, dal momento che la consapevolezza di quei significati è, in un certo senso, la cartina di tornasole e la spia rivelatrice delle contraddizioni nei rapporti umani, così come dello standard di “umanità” della convivenza civile. Ora, è facile rilevare come la parola “vittima”, nel suo senso più pieno, dovrebbe riferirsi essenzialmente a soggetti, individuali o collettivi, impotenti, incolpevoli, dimenticati, senza voce ed esclusi di ogni genere, su cui sono scaricati il prezzo dello sviluppo e del benessere degli altri, quelli cioè che potremmo chiamare i “crocifissi” della storia, con un occhio attento al caso più drammatico tra essi. Nessuno penserebbe, infatti, di identificare, con il termine vittima, soggetti come Napoleone o Augusto o un re o un imperatore o un papa medievale, un capo di stato o un grande imprenditore, come Ford per esempio, e neppure, una potenza politica mondiale, una grande organizzazione finanziaria, politica o religiosa, nel momento in cui, tutti questi soggetti, siano nel pieno controllo delle loro risorse e del loro potere o mentre dispongono di un forte potere di influenza o di interdizione. Invece, oggi, succede anche questo! La parola “vittima” non viene quasi più usata per “mettere in chiaro” i tanti, veri “crocifissi” del mondo contemporaneo (che spesso sono enormi masse umane o interi continenti e non solo, purtroppo, le vittime degli incidenti, dei terremoti o della criminalità), ma, addirittura, applicata a sé dai potenti di turno, che tutto saranno meno che “vittime”. Basta guardare solo, a titolo di esempio, all’uso di questo termine, attribuito a sé da una grande potenza mondiale, per giustificare la “guerra preventiva”, al tempo dell’America di Bush, o, per guardare alle vicende, più grottesche, di casa nostra, al ricorso al termine “vittima” nella lotta politica quotidiana e nello scontro di interessi tra leader e gruppi, a caccia di consensi. In casi simili o analoghi, in cui uomini o organizzazioni, con enormi poteri a disposizione, per nulla vittime, nonostante qualche “graffio”, ricorrono all’uso “sbilenco” e alla “corruzione” della parola “vittima”, appropriandosene, si può rilevare come l’unico effetto, nella dinamica della comunicazione e della consapevolezza umana, sia quello di privare quella parola della sua forza critica, snaturarne il significato, renderla una “bugia” e indurre, così, tutti noi a dimenticare le vere vittime del mondo d’oggi, oscurandone la realtà. O no?