Utensili per l’anima. Il potere dei simboli

Il nostro parlare del mondo, i nostri discorsi consci, sono solo la punta di un iceberg. Quell’insieme di di termini designativi con cui siamo soliti esprimerci non è sufficiente a rendere presente una realtà che è contemporaneamente vicinissima e lontana

1 L’enigma della realtà e la dimensione poetica.

Se il volto del reale ci appare non univoco ma insuperabilmente “doppio” ed enigmatico.(V.Jankélévitch), forse abbiamo bisogno di non rinunciare a inventare linguaggi, di non rinunciare all’immaginazione, di non escludere la dimensione “poetica” dal nostro progetto conoscitivo, per rendere possibilll più ampie modalità di vedere e di essere.

Del resto, la creazione di miti e simboli hanno accompagnato da sempre, e hanno anche preparato, l’avventura della conoscenza umana.

2. Oltre lo specchio della tecnologia

Perché non pensare che, anche nell’era delle sorprendenti rivolizioni tecnologiche, l’immaginazione simbolica potrebbe aiutare anche noi, come l’Alice della “Meraviglia” di Carroll, a evitare il rischio di atrofia culturale, inducendoci ad accettare che, per conoscere noi stessi e il nostro mondo, ci conviene passare attraverso lo specchio, per entrare in un mondo che è l’altra faccia – la parte che manca – di quello che abitiamo.

3. L’orizzonte dei significati e l’etimologia del simbolo

Si tratta, in effetti, di allargare l’area della coscienza, e prendere atto di ciò che continuamente facciamo e continuamente ci accade. Infatti, “non possiamo tracciare confini intorno al linguaggio prosastico in senso stretto e separarlo dalle altre creazioni umane simbolico-espressive: poesia, musica, arte, danza, ecc.” (Charles Taylor).

Chissà se riusciremo a capire, prima o poi, che è quasi impossibile per noi umani conoscere o sperimentare veramente qualcosa se non procedendo a tentoni e cercando, magari inconsciamente, di mettere insieme(vedi il greco syn = con, e ballō = mettere) -aspetti non solo diversi ma anche lontani, o appartenenti a dimensioni opposte della realtà.

Perciò il nostro comunicare, come pure il nostro essere nel mondo, si dispiegano solo su uno sfondo di significati, simboli, metafore…che non dominiamo mai pienamente, anche perché siamo noi stessi a rimodellarli di continuo.

4. I simboli come strumento di conoscenza

Insomma, la reatà e il mondo in cui abitiamo rimangono sempre qualcosa a cui manca una parte. Per questo dovremmo, anche in questo nostro tempo ipertecnologico, riprendere la tesi di Norbert Elias secondo cui “forse la caratteristica fondamentale della specie umana è la sua quasi illimitata capacità di assorbire, immagazzinare e assimilare nuove esperienze in forma di simboli”.

I simboli, in altre parole,non sono mere appendici estetiche, folcloriche o rituali.,

I simboli valgono anche per se stessi. Hanno un ruolo attivo nel processo conoscitivo. Porsi nell’orizzonte simbolico quindi significa riuscire a intravedere la parte “in ombra”, quella invisibile del mondo (delle cose, degli eventi, degli individui umani), quella parte non riducibile alla metà visibile, senza la quale, però, neppure il visibile è veramente completo e conosciuto (Paul Ricoeur)..

5. Il simbolo come “deviazione” e utensile dell’anima

Il “simbolico”, o “l’approccio” simbolico, possono diventare uno strumento altrettanto autonomo e produttivo quanto l’utensile, scriveva Jean Molino, semiologo e musicologo..

Un vero tensile per la mente, per l’intelligenza, per lo spirito e per l’anima.

Sia il simbolo che l’utensile condividono molte proprietà, basate sul metodo della deviazione rispetto al reale.

prima di tutto per il fatto che costituiscono entrambi una vittoria del metodo della “deviazione” in rapporto al reale. Con tale tecnica (che é tipica dell’utensile ma ancge del simbolo), l’essere umano ha imparato, nel corso del tempo, che in certe situazioni, invece di affrontare direttamente il reale, conviene allontanarsene per meglio prenderne il controllo. Insomma, in certi momenti critici ma anche essenziali per l’esistenza, invece di perdersi nell’istante, invece di immergersi nell’immediatezza del qui e ora, quando il mondo sembra non avere né orizzonte, né passato, né futuro, l’uomo, nel e col simbolo, organizza la sua esperienza prendendo le distanze in rapporto al mondo.

Proprio come l’utensile costituisce una distanza presa riapetto all’oggetto, il simbolo rappresenta una distanza presa rispetto alla realtà.

In definitiva, forse dovremmo dar ragione a Ernst Cassirer quando diceva che noi umani viviamo ineluttabilmente all’interno di forme linguistiche, opere artistiche, simboli mitici, riti religiosi, al punto da non essere più capaci di vedere o conoscere alcunché se non attraverso questa insostituibile e artificiale mediazione.

Amo la storia delle idee, la filosofia e la musica. Mi interessano i linguaggi, la comunicazione, i libri.

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