I paradigmi della stupidità 2. La sindrome di Nimby
Il tradimento e le degenerazioni delle classi dirigenti, e delle élites in generale, nel nostro paese, come risulta da varie indagini, è sotto gli occhi di tutti. È vero che esistono due generi di classe dirigente come esistono due tipi di società, ma, secondo gli italiani, sembrano prevalere i ritardi culturali e l’incapacità di adeguarsi ai cambiamenti, l’indifferenza all’interesse collettivo, l’indecisionismo e il tirare acqua al proprio mulino con ogni mezzo, il cinismo sociale e i comportamenti clanici. Ma le indagini dicono anche altre cose e su queste occorre imparare a riflettere con rigore per immaginare il “che fare”.
Carlo Carboni, nel suo libro La società cinica (Laterza), è molto illuminante in proposito e, soprattutto, preciso nell’indicare le degenerazioni e i fattori di disgregazione del vivere civile. In una pagina, che occorrerebbe studiare, parola per parola, in tutti gli ambienti (politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali, culturali, formativi e anche ecclesiastici), egli rileva che “le caratteristiche e, quindi, anche le degenerazioni delle élites trovano corrispondenza con quanto prodotto dal declino della società di massa di ceto medio: una società, a capitale sociale medio-basso, che, come le élites, appare invecchiata, prigioniera del segregazionismo di genere, provinciale e spesso insufficientemente istruita e informata, presa nell’individualismo amorale e nell’egoismo sociale, interprete cinica dell’illegalità diffusa e delle scorciatoie clientelari. È quell’Italia che guarda al merito e all’interesse collettivo in modo cinico, sostenendo che, in fondo, si tratta di due concetti astratti, solo di belle parole, ma la sostanza è un’altra: ognuno fa i propri interessi, a partire dalle stesse classi dirigenti. Nel concreto, il merito e l’interesse collettivo riguardano gli altri: ecco quindi dilagare la sindrome Nimby (not in my backyard) e quella giustificazionista, quando chiediamo una deroga al merito per nostro interesse. È l’Italia che ama farsi proteggere in alto (tra le élites) e in basso (nella società), che spesso prospera o sopravvive con rendite posizionali.”(p.141)
Che c’entra tutto questo con la stupidità? C’entra perché questi fenomeni e questi atteggiamenti, queste prassi diffuse, che apparentemente sembrano offrire dei vantaggi, si traducono poi in immobilismo e indifferenza riguardo il nostro comune destino, in degrado della vita di relazione, in incertezza e insicurezza, anche per i nostri beni, e in una aspettativa di vita di bassa qualità. Non il massimo di felicità possibile dunque ma il massimo di sopravvivenza! È questo che vogliamo?
Se è così, e sembra che sia così, aveva proprio ragione lo storico Carlo Cipolla, quando, in un divertente libretto, di alcuni anni fa, (Allegro ma non troppo, Il Mulino), scriveva: “la morale della favola è che ognuno di noi ha una sorta di conto corrente con ognuno degli altri. Da qualsiasi azione, o non azione, ognuno di noi trae un guadagno o una perdita, ed allo stesso tempo determina un guadagno o una perdita a qualcun altro”. E allora se un Tizio compie un’azione dalla quale trae un vantaggio causando una perdita a Caio, Tizio ha agito da bandito. Ma se Tizio compie un’azione che causa un danno a una persona o a un gruppo di persone, ma anche a se stesso, allora Tizio è uno stupido! O no?