Ragioni che il cuore non conosce
«La vera saggezza, o la vera filosofia, consiste nell’imparare daccapo a vedere il mondo».
Forse la questione principale che abbiamo davanti oggi è descritta perfettamente da questo pensiero di Maurice Merleau-Ponty, indimenticabile pensatore del Novecento.
Oggi, più che mai, ci serve una rinnovata fenomenologia del mondo per decifrare gli enigmi del nostro tempo. Non si tratta solo di analizzare la confusione, lo sbandamento o l’assenza di riferimenti che caratterizzano la nostra epoca. Non si tratta solo di osservare le polarizzazioni e le contraddizioni che attraversano persone e comunità, o la perdita di memoria storica. Si tratta di comprendere alla radice quella forma di “impazzimento” collettivo che induce molti cittadini – e persino certi tragicomici governanti di paesi democratici – a subire il fascino di dittatori e autocrati.
Il paradosso del sapere e i nostri “mondi”
Aveva ragione il vecchio maestro Socrate: più aumenta il nostro sapere, più aumentano in proporzione le cose che non sappiamo e non capiamo. E infatti, come non accorgersi che sono sempre più numerosi i fenomeni di questo nostro mondo che sfuggono alla nostra comprensione?
Ma la prima, vera domanda filosofica da porsi è: di quale mondo stiamo parlando?
Quali sono i mondi possibili? Con quanti e quali mondi abbiamo a che fare nella nostra vita quotidiana? E, soprattutto, qual è il “mio” mondo, il cosiddetto “mondo della mia vita”?
Quanti riescono oggi a distinguere il proprio rassicurante mondo familiare e culturale dal mondo inteso come la totalità di tutto ciò che esiste?
Tra emozione e ragione: quanta “fiction” c’è nella nostra realtà?
Quanti di noi sono ancora capaci di un approccio pensante – e non soltanto emotivo – alla realtà?
È vero che gli stati emotivi sono spesso poco indagati nella riflessione filosofica generale, ma quanti di noi sono consapevoli che essi esercitano un ruolo prevalente anche sul piano conoscitivo? In effetti, c’è da chiedersi quanta fiction ci sia nel nostro modo di relazionarci all’esterno.
Eppure, senza tentare una risposta a queste domande, senza una rinnovata indagine fenomenologica, molte questioni attuali sono destinate a rimanere nell’oscurità.
Stando alle testimonianze della storia delle culture, esistono tuttavia alcuni stati emotivi “fondamentali”, quelle che il filosofo Klaus Held chiama “tonalità emotive profonde”. Parliamo della paura di fronte all’abisso della morte, dello sconforto di una grave malattia, della gioia per la nascita di un essere umano o del terrore primordiale per la guerra. Queste sono esperienze speciali attraverso le quali l’essere umano scopre e “sente” l’atmosfera del Tutto: percepisce l’unico mondo come qualcosa di immensamente più grande e potente di lui, a cui, proprio attraverso quello smarrimento, sente di appartenere.
Come lo “stupore” (la thaumazein) di cui parlavano Aristotele e i primi filosofi, queste tonalità emotive profonde sono state eventi cruciali nella storia: hanno quasi “forzato” l’essere umano ad aprirsi alla tematizzazione del mondo, spingendolo a oltrepassare l’approccio puramente reattivo per avviarsi, al di là del proprio orizzonte familiare, verso l’universale.
La dolorosa “svolta a U” e l’esperienza del lutto
Resta sempre drammatico passare attraverso la scioccante esperienza di relativizzazione del proprio mondo-della-vita. Arrivare all’idea di “mondo universale”, il mondo inteso come tutto – il kosmos di Eraclito e dei filosofi presocratici – richiede un salto cognitivo immenso. Diventa necessaria quella che Edmund Husserl definiva una vera e propria “conversione”, una dolorosa svolta a U.
Per ognuno di noi, infatti, è molto più spontaneo e “naturale” identificare il proprio piccolo recinto familiare e culturale con la totalità di tutto ciò che esiste. Quando però avviene la presa di coscienza rivoluzionaria – quando ci accorgiamo che il nostro mondo abituale è solo una frazione di un unico orizzonte universale – si generano tensioni e contraddizioni violentissime.
Questa frattura tra la nostra esperienza pre-filosofica e la realtà oggettiva si traduce, il più delle volte, in una lacerazione e dissociazione dell’io, sia a livello personale che sociale. È, a tutti gli effetti, una vera esperienza di lutto.
Viviamo in un’epoca assiale?
In queste condizioni, il disorientamento, l’impazzimento, la polarizzazione e la paura che rendono drammatica la nostra esistenza odierna diventano reazioni inevitabili, quasi insormontabili, esattamente come in altri momenti storici cruciali (quelli che Karl Jaspers definirebbe “assiali”).Siamo forse entrati in un momento del genere oggi?
In certe fasi dello sviluppo umano, per dirla con Klaus Held, siamo costretti a scoprire – o forse dovremmo dire a patire, senza esserne neppure pienamente consapevoli – una verità scomoda. Scopriamo che i nostri molteplici orizzonti familiari, quei “mondi-della-vita” fortificati, impermeabili e rassicuranti, in realtà non bastano più a proteggerci. Attraverso una inarrestabile catena di rimandi, ci proiettano inesorabilmente nella totalità dell’unico, immenso e indisponibile Mondo.
E il nostro compito, oggi, è forse imparare di nuovo a guardarlo in faccia.
