La spiritualità dei sensi e l'etica del corpo
Chissà se siamo ancora capaci di guardare il mondo come fosse la prima volta, come lo vede un bambino ai suoi primi movimenti ed esplorazioni! Forse no! Certo, dovremmo essere capaci anche di superare quelle separazioni artificiali che abbiamo imparato a stabilire tra materiale e spirituale, sensibilità e intelletto, corpo e anima. Allora anche i sensi e il “sentire” uscirebbero da quella condizione di “figli di un dio minore” in cui sono relegati da secoli di neoplatonismo e malintesa spiritualità, che hanno deformato anche la rivoluzionaria idea cristiana di incarnazione. Se fossimo consapevoli del fatto che esiste un “mistero” del corpo proprio perché noi siamo il nostro corpo, come scriveva Merleau-Ponty, – il quale non a caso riteneva che perciò la vera filo-sofia dovesse consistere nel “reimparare a vedere il mondo” -, allora anche i sensi e la sensibilità farebbero riemergere la loro spiritualità intrinseca e il loro messaggio. Allora scopriremmo il valore e il significato del “sentire”, scopriremmo i valori e l’etica inscritti nel sentire, nel sentire fisico e corporeo. Scopriremmo che il corpo ha in sé la capacità di trascendersi, di pro-tendersi, se solo fossimo capaci di ascoltarlo, fossimo capaci di viverlo come fosse la prima volta. Certo dovremmo sollevare il “velo di abitudine” tessuto tra noi e le cose.
Allora, per esempio, anche il tatto, il toccare, potrebbero essere vissuti, più intensamente, più pienamente, più umanamente, come esperienza dell’alterità, come “naturale” e “spontanea” consapevolezza della resistenza alla nostra “espansione”, la stessa esperienza sensibile e il nostro stesso corpo ci direbbero che il mondo è abitato da “altri”. Allora l’esperienza dell’altro, degli altri, di ogni altro, potrebbe essere vissuta come costitutiva del nostro stesso esistere fisico.
Allora forse saremmo più capaci di sentire e pensare che non c’è io senza l’altro, non c’è nessun “noi” senza gli altri, non c’è bianco senza nero, non c’è occidentale senza orientale, non c’è cattolico senza mussulmano o ebreo o induista, non c’è sud senza nord…ecc.
Allora forse capiremmo anche perché è così centrale nelle relazioni umane, quelle più intense, come le relazioni d’amore, la carezza. Infatti la carezza, come scrive Jean-Luc Nancy ( M’ama non m’ama, Utet), prima di essere carezza sensuale, è essenzialmente il “gesto con cui mi rivolgo all’essere dell’altro, alla sua presenza”, pura e semplice. La carezza, sostanzialmente, ci dice che quel che conta, prima di tutto, nell’amore, è la “presenza dell’altro, il tocco dell’altro”. Il con-tatto, espresso dalla carezza, è la testimonianza che l’esperienza fondamentale della relazione d’amore è, prima di tutto, il riconoscimento – che, nel caso dell’amore, è assoluto, “senza nessuna ragione” o interesse, direbbe il poeta turco Hikmet – dell’altro e della sua presenza ed esistenza!
Ciò che poi il linguaggio degli amanti esprime con quella frase, spesso ripetuta: “grazie di esistere!”.
Bene, tutto questo è scritto già nell’esperienza originaria dei sensi! Se riuscissimo ancora a leggerla!