Le vacanze come stati dell'anima

Molti avranno sperimentato quella specie di euforia e senso di liberazione che accompagna spesso la “partenza” per un luogo di vacanza. Ma non so se quelle stesse persone hanno mai riflettuto sul fatto che, il più delle volte, anche il “ritorno” a casa, non solo quando la vacanza si protrae per diverse settimane, è accompagnato da sensazioni che hanno a che fare anch’esse con desiderio e piacere. 
Apparentemente sembra un paradosso! Sembra quasi che il partire, l’andare via, riceva il suo significato dal ritornare al punto di partenza! E viceversa. Non vi pare strano?
E se la “vacanza” fosse, prima di tutto, la “conquista” di uno stato dell’anima? Prima che un tempo “aggiunto”, o un luogo diverso? Se la vacanza fosse come un momento di “cesura” del tempo in cui il tempo ordinario viene, per così dire, “disconnesso“, per poter essere osservato e rivissuto, “sommariamente”, e trasformato dall’interno? Se la “vacanza” fosse l’opportunità di un “ritornare” e ripetersi del tempo quotidiano in una prospettiva nuova, che ci consenta di “afferrarlofinalmente, per estrarne il senso pieno? La “vacanza” come “compimento” del tempo ordinario!
Utili, a tale riguardo, le osservazioni di Edward W. Said e Daniel Barenboim, in una conversazione di alcuni anni fa. Dialogando sul contributo della musica alla riflessione sull’esperienza umana del partire, del lasciare la casa, e del successivo ritornare a casa, essi invitavano a cogliere la presenza di una significativa allegoria del viaggiare, in un’opera musicale come una sinfonia di Beethoven. Una sinfonia, infatti, può essere pensata anche come una esplorazione in cui il punto di avvio, la nota di avvio, che, in un certo senso, è “la casa della musica” (Barenboim), dopo la sua elaborazione, pur ritornando, non è più la stessa. In termini musicali, “la ripresa non è la stessa cosa dell’ esposizione, sebbene le note siano le stesse” (Barenboim e Said, Paralleli e paradossi, Il Saggiatore). 
Così, ritornando al tema della “vacanza”, se quest’ultima non è stata, soltanto, un vagabondare o un girovagare distrattamente come tra le vetrine di un centro commerciale, ma è stata curiosità e “desiderio disarmato“, se è stata esperienza di incontri veri, di sensazioni intense, di ricettività e di ascolto sincero, o magari sperimentazione di un godere e un sentire, in modo diverso, le piccole cose di tutti i giorni, allora anche la fine della vacanza non è mai solo un ritornare, rassegnati, al punto di partenza, non è neppure un ritornare alla stessa casa, perché anche la casa diventa qualcosa di diverso, dal momento che subisce una specie di interferenza delle nostre esperienze. 
È vero, sarebbe un ritorno in ogni caso, ma un ritorno “in pienezza”, da dove potrebbe cominciare qualcosa di nuovo, un’altra storia. Questo perché anche noi che torniamo non torniamo mai uguali a quando siamo partiti, mai esattamente gli stessi
Non saremo mai più soltanto quelli che eravamo!

Amo la storia delle idee, la filosofia e la musica. Mi interessano i linguaggi, la comunicazione, i libri.

Un commento

  • Anonimo

    La “vacanza” come irruzione semel in anno del disordine nell'ordine permanente è un fondamento delle culture mediterranee, messo in crisi dall'apertura giudaico-cristiana al futuro come alterità. Esemplare, per noi Nolani, è la festa dei gigli, che, nello spazio della festa, scompiglia gerarchie sociali (i cullatori sono “uguali” a prescindere dalle personali condizioni economiche e sociali e anche di sesso) e mette in discussione l'ordine costituito, per poi riaffermarlo a conclusione della festa. E a poco vale la poesia del nolano Patanella “A festa tant' nasce, quann' more”, perché a nascere-rinascere non è la festa, ma l'ordine quotidiano ricostituito, perché non semper erunt Saturnalia.La vacanza ha in sé un potenziale rivoluzionario dirompente rispetto all'ordine costituito ma solo se interrompe in ognuno di noi non solo la quotidianità ma l'accettazione della quotidianità come normalità. Un po' come la gratuità (cioè fare qualcosa gratis), che può essere una piacevole e autogratificante pausa nella mercificazione del proprio sapere o saper fare oppure può costituire una corrosiva contestazione del fatto che abitualmente mercifico e commercializzo le mie competenze. Grazie Pino, per avermi indotto a riflettere, nonostante il caldo lo sconsigli

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