Parliamo tutti sotto dettatura?

 È vero, “il linguaggio non va preso troppo alla lettera” (W. Heisenberg). Ma che succede quando si ammala? Che succede quando la malattia del linguaggio diventa “mostruosa” e si diffonde con la velocità delle pandemie? Che succede quando il linguaggio “si è talmente autonomizzato da diventare una forza a sé, che ci trascina dove non vogliamo veramente andare”, invece di fungere da docile strumento delle nostre intenzioni, come scrive Rocco Ronchi sulla scia del giovane Nietzsche (Rocco Ronchi, La malattia mostruosa, in Uwe Pörksen, Parole di plastica, Textus))?


In realtà, nota il linguista Uwe Pörksen nel suo libro ancora attuale e prezioso, una piccola serie di parole o termini in apparenza scientifici, si diffonde per il mondo industrializzato, pesando su tutto lo sviluppo umano. Il risultato è che oggi “ci cuciamo addosso il linguaggio muovendoci al suo interno come in un’uniforme”.

E non ci si riferisce qui alla pedante abitudine di ripetere come pappagalli frasi dei propri giornali “preferiti”, o dei propri, spesso improvvisati e inattendibili, leader. Non si tratta neppure delle semplici e classiche “parole d’ordine” o degli “slogan” o di ciò che chiamiamo “formule vuote”, di cui è pieno il nostro parlare.


Si tratta di un tipo particolare di termini, si tratta delle “parole di plastica“, scrive Pörksen, parole che Ivan Illich chiamava “parole plastiche” o “parole ameba“, perché tendono ad assumere molteplici forme e qualsiasi significato, perciò, alla fine, nessun significato reale. 

Sono parole per nulla appariscenti, che si sono insinuate molto di soppiatto anche nel linguaggio colloquiale; sono le più inosservate e silenziose ovvietà di tutti i giorni. 

Fino a diventare una vera “prigione quotidiana della percezione“. 


Di solito le parole “ameba” sono termini che nella lingua sono sempre esistite, ma, dopo essere passate attraverso una centrifugazione “scientifica“, sono poi state rilasciata nel linguaggio ordinario con una nuova connotazione, che ha qualcosa a che fare con ciò che altra gente sa e tu non sai bene spiegare.


Hanno una specie di fascinosa “aura_, nota Pörksen. Per cui le persona si sentono, e diventano, importanti quando le usano. In tal modo sono convinte di fare affermazioni scientifiche e di meritare quindi l’ultima parola sulle questioni decisive.


“Una parola plastica –  commenta Ivan Illich – è come un sasso lanciato in una conversazione:  crea delle onde ma non colpisce nulla. Ha una serie di connotazioni ma non designa niente di preciso. In realtà, potremmo dire, sono nulla, niente.


Succede, con queste parole, che concetti popolari appartenenti al linguaggio colloquiale trasmigrano nella scienza o in altre sfere superiori, dove assumono l’aspetto di verità assolute, e una volta autorizzate e canonizzate tornano al linguaggio colloquiale, dove diventano miti dominanti che adombrano, e confondono, la vita, e il pensiero, di tutti i giorni.


Uwe Pörksen, nel suo libro, sottolinea che in realtà, esse sono soltanto una trentina, si trovano in ogni lingua. e sono sempre le stesse nelle varie lingue.

L’elenco che ne fa Pörksen è sorprendente ed emblematico. Se lo scorriamo abbiamo subito la sensazione di qualcosa di familiare, di già orecchiato, nei nostri discorsi quotidiani oltre che in quelli che si fanno nelle alte sfere

A pensarci bene dobbiamo prendere atto che si tratta del nostro ridotto vocabolario abituale, quello con cui si pretende di ridurre la storia a natura.


Chi di noi non sente usare e non usa, senza averne un’idea precisa, e senza pensare di doverne dare una spiegazione esauriente, termini come salute, sessualità, sviluppo, comunicazione, informazione, produzione, risorsa, energia, lavoro, management, servizi, assistenza, educazione, progresso, sistema, struttura, strategia, contatto, sostanza, identità. crescita, trend, tenore di vita, processo, progetto, futuro. 

Tutte queste parole plastiche hanno un numero preciso di caratteristiche che Uwe Pörksen enumera nel suo libro. Al suddetto elenco, secondo Illich, occorrerebbe aggiungere anche “vita”, termine che, espresso in questa forma universale, è all’origine di molta confusione oggigiorno.


Come sottolinea il linguista norvegese, qui non ci viene chiesto tanto di stigmatizzare  delle parole come se si trattasse di una missione dei puristi del linguaggio, quanto di osservare ad evidenziare un modo tipico di usare alcuni termini.


Le “parole di plasticasono parole cui il parlante, anche se volesse, non ha il potere di conferire un significato preciso o determinato. Il significato è definito, e dato per acquisito, da qualcosa di estraneo a noi, noi possiamo solo ” recitare”, quel linguaggio e quelle parole ed è ciò che tutti fanno. In effetti l’ambito d’uso di tali parole tende ad essere quasi “universale”  e universalistico, in una certa misura trascendentale.


Ecco perché, nel caso di nomi e parole come queste, la lingua corre il rischio di diventare autonoma, senza referente, non più strumento. 

È per questo che, suggerisce Uwe Pörksen, forse ci troviamo di fronte alla fase più recente di omologazione dei linguaggi colloquiali odierni, In effetti, le parole di plastica, le parole ameba, paiono rappresentare una specie di codice di base internazionale. Un codice semplice, povero di storia, facile da imparare e maneggiare. Sembra proprio che quei vocaboli e le regole di combinazione che compongono questo “codice” siano poche: è una specie di Lego, nota Pörksen.


Ecco il punto. Una piccola serie di termini, in apparenza scientifici, si diffonde per il mondo industrializzato. Le parole plastiche penetrano anche nei discorsi di alto livello, dove vengono usate imprudentemente come basi di affermazioni di tipo normativo. Capiamo allora perché ciò che ne risulta appare come una rete che racchiude e forse imprigiona la nostra coscienza del mondo.


Andiamo davvero verso una specie di Neolingua (ne parlava già Orwell), una specie di esiguo vocabolario internazionale (fatto di 40, 20 o addirittura 15 parole) che si estende su tutta la terra: una lingua artificiale e priva di dimensione storica, le cui caratteristiche principali sono la riduzione del vocabolario e la standardizzazione dei significati delle parole?


È questa la vera pandemia che pesa su tutto lo sviluppo umano e che, come pensava Nietzsche, rende impossibile ai “sofferenti” di intendersi tra loro “sulle afflizioni più elementari della vita”?

È questa la mostruosa malattia di cui parla Rocco Ronchi nella sua densa Prefazione al libro del linguista norvegese Uwe Pörksen?

Siamo davvero nella condizione, di cui parlava Sartre. di poter solo “recitare il linguaggio”? Siamo tutti indotti a “parlare sotto dettatura”?

Ma, se questo è vero, se ci mancano le parole per dire la sofferenza, come scriveva Nietzsche. allora, annota Rocco Ronchi, ciò farebbe vacillare anche il senso della politica. 


Infatti, se è così, anche quando le parole vengono articolate in possibili discorsi alternativi, sembrerebbe che qualche forza occulta le requisisca per ritorcerle contro i parlanti.






Amo la storia delle idee, la filosofia e la musica. Mi interessano i linguaggi, la comunicazione, i libri.

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