Lettera al direttore
Caro direttore
vorrei proporle una questione che oggi pare non solo attuale, ma vitale: il giornalismo come infrastruttura della democrazia e della libertà.
Per questo, le chiedo in che modo un cittadino potrebbe affrontare quelle che sembrano vere piaghe aperte del sistema mediatico contemporaneo. Piaghe ancora più preoccupanti oggi, in un mondo in cui egolatri imbronciati e capricciosi sono arrivati ai vertici di potenze grandi o meno grandi; mentre sembra farsi strada il fascino strano dei tiranni.
Ecco alcuni punti che mi paiono decisivi.
1. “Spettacolo” o “Testimonianza”?
Non le pare che sia in atto un processo di trasformazione del giornalista da osservatore a protagonista?
Il problema del “copia e incolla”: La crisi economica dell’editoria ha svuotato le redazioni. Andare “in giro” costa; stare davanti a un monitor e rielaborare un lancio d’agenzia è gratis. Tutto ciò può creare un’informazione circolare e autoreferenziale.
L’infotainment: Quando la notizia deve “vendere” o produrre “clic”, si privilegia lo sbalorditivo sul significativo. Il risultato è il prevalere della “narrazione“, (magari con un po’ di pepe) sull’informazione: molto rumore, poca sostanza. Anzi, niente sostanza!
La sindrome del lampione: ci si concentra dove c’è già luce (i soliti noti) perché è più facile e meno rischioso che esplorare l’ombra (gli invisibili e i “senza voce”).
2. Oltre il cortile di casa
Il provincialismo mediatico è una forma di miopia democratica. Oggi uno sguardo ampio e informato sul mondo dovrebbe costituire una parte importante e costante nell’informazione.
Spesso gli “altri” esistono solo come “problema” (guerra, carestia, migrazione) e mai come “soggetti” (cultura, innovazione, vita quotidiana).
Questa narrazione parziale ci impedisce di capire le interconnessioni globali che influenzano direttamente la nostra vita, dal costo dell’energia alle dinamiche sociali e locali.
3. L’Epistemologia della Notizia
Qui siamo al punto più tecnico e forse più etico: la trasparenza del metodo.
Il “dietro le quinte”: Sarebbe rivoluzionario se ogni articolo dichiarasse: “Ho scelto questa notizia perché X, l’ho verificata tramite Y, ma mi manca il dato Z”.
L’autocritica: Il giornalismo sembra l’unico potere che non accetta di essere analizzato come “casta” o gruppo di pressione. La separazione tra fatto e racconto è un’onestà intellettuale che oggi viene spesso sacrificata sull’altare dell’infallibilità percepita (o del posizionamento ideologico).
4. Il Nodo del Potere e della Proprietà
Questa è la domanda delle domande. Se l’editore è un grande gruppo industriale o finanziario, il giornale è un prodotto o uno strumento di influenza? Uno spazio di informazione affidabile o un’arma?
Conflitto di interessi: quando la pubblicità e la proprietà dettano l’agenda, il giornalista non è più un “cane da guardia” della democrazia e della libertà, ma un “cane da compagnia” del potere.
Disamore per la politica: non è forse lecito pensare che un’informazione che dipinge tutto come marcio o irrecuperabile favorisce chi vuole cittadini passivi e consumatori atomizzati, distruggendo ogni tipo di patto sociale?
In conclusione
Forse abbiamo bisogno di giornalisti e operatori dell’informazione che siano intellettuali civili, capaci di umiltà e rigore. Oggi, purtroppo, la struttura economica dei media (basati sull’attenzione rapida e fugace e sulla polarizzazione) rema contro questo modello.
Tuttavia, porre queste domande mi pare il primo passo per “vaccinare” il lettore. Un cittadino che si chiede “Perché mi danno questa notizia oggi?” o “Chi possiede questo giornale?” è già un cittadino più libero e responsabile.
In realtà la democrazia e la libertà sono a rischio non solo nelle tenebre, ma anche sotto una luce troppo forte, urlata e distorta che impedisce di vedere i contorni reali delle cose. Non le pare?
Cordiali saluti
Pino Mario De Stefano
