L’altro Leopardi e il mondo in bilico
Su questo pianeta caotico e volatile, risulta utile e intrigante riscoprire “l’altro” Leopardi, quello dello Zibaldone.
È sorprendente come Giacomo Leopardi, partendo dalla solitudine di Recanati, sia arrivato a conclusioni in parte associabili alla semiotica di Peirce o alla filosofia del linguaggio di Wittgenstein.
Alcune sue idee non solo sfidano la concezione tradizionale del significato, ma orientano verso quel processo continuo di interpretazione, che Peirce definiva “semiosi illimitata”. Il Leopardi dello Zibaldone parla in realtà di “metafora infinita“. e considera la crisi del significato e l’indeterminatezza come elementi positivi ed essenziali per la comunicazione e l’espressione, e non come limiti da superare.
Insomma, mentre oggi, nel tempo della Post-Verità, viviamo la crisi del significato come una perdita (fake news, confusione, spaesamento), Leopardi la trasforma in una dimensione positiva e in una risorsa. L’indeterminatezza è ciò che permette alla mente di “errare” e, quindi, di provare piacere e bellezza.
Anche la sua analisi del concetto di “parola” supporta ulteriormente questa prospettiva. Per Leopardi la bellezza del discorso e della poesia risiede nella capacità di suscitare gruppi di idee e di fare vagare la mente attraverso una moltitudine di concezioni, creando un senso di indeterminatezza e complessità. Questa qualità si raggiunge attraverso l’uso di parole che esprimono idee composte da varie parti e connesse con molte parole e idee vicine..
Come ha scitto Stefano Gensini la proprietà chiave delle parole comporta la loro immersione nella naturale imperfezione semantica della comunicazione quotidiana. Questa imperfezione consente una ricca e multiforme interazione tra le parole e le idee, migliorando la profondità e la complessità dell’espressione umana.
”Così gli uomini concepiscono diversissime idee di una stessa cosa, ma esprimendo questa con una medesima parola e variando anche nell’intendere la parola, questa seconda differenza nasconde la prima: essi credono di essere d’accordo ma non lo sono”. È quanto Leopardi annota il 28 giugno del 21, nelle pagine 1701/02 dello Zibaldone.
Anche lì dove distingue tra ‘parole’ e ‘termini’ – questi ultimi sono riferiti a termini scientifici, nei quali dovrebbe prevalere la precisione del significato – Leopardi sostiene che i termini, tuttavia, non possono, sebbene con modalità diverse e fluttuazioni di significato meno ampie, sfuggire al meccanismo di formazione del linguaggio e delle idee, che è di per sé convenzionale, simbolico e arbitrario. Il valore e il significato sia delle parole che dei termini sono sempre determinati dal loro uso (Zib. 1215/1701-02).
Bachtin e Peirce hanno già evidenziato che ciò che distingue il segno verbale non è la corrispondenza tra significante e significato, bensì un alone semantico più ampio. Questo alone permette di orientarsi non in base a elementi interni al segno, ma al suo rinvio a segni esterni (contesto e pre/testo).
Una prospettiva, quella di Leopardi, senz’altro affascinante e profondamente moderna, che ci restituisce l’immagine di un pensatore che non solo ha anticipato le crisi del Novecento, ma che ha saputo trovare nel “limite” del linguaggio una risorsa vitale.
Siamo davanti a un’idea del sapere che Franco Rella ha chiamato un Labirinto senza Minotauro? Un’idea del sapere “senza centro, senza unità, senza gerarchia”?
Siamo chiamati a una logica, che potremmo definire “sdrucciolevole”, come farebbe Robert Musil, ma che, pur se più fluida, potrebbe essere più adatta alla nostra era complessa e caotica?
Forse il Leopardi dello Zibaltone ci invita non a una mancanza di rigore, ma al massimo rigore possibile, applicato a un mondo che non è una macchina semplice, ma un organismo “caotico“.
Del resto, come leggiamo nello Zibaldone, il movimento dal noto all’ignoto è il vero cammino della filosofia.
Ebbene, in un’epoca di algoritmi che cercano di incasellare ogni nostro desiderio in definizioni precise, il richiamo di Leopardi sembra un atto di resistenza.
Oggi, le cose ci mandano ancora “sguardi familiari“, (Franco Rella), non perché siano trasparenti, ma perché nel loro silenzio e nella loro imperfezione riflettono la nostra stessa condizione di esseri “in bilico“.
