L’imperfezione ci salverà
Viviamo immersi in un’ossessione collettiva: la rimozione sistematica del limite e dell’imperfezione. Che si tratti della sfera sociale, professionale, politica o persino di quella affettiva, tutti sembrano intenti a nascondere, camuffare o giustificare le proprie fragilità. Persino nei rapporti più intimi, dove la vicinanza dovrebbe esigere trasparenza e autenticità, prevale il bluff, la necessità costante di apparire diversi da ciò che siamo.
Ma l’imperfezione è veramente una “macchia”?
Veramente qualcuno crede che saremmo più interessanti, più belli, più accettabili e umani, se fossimo o apparissimo senza limiti, senza difetti e senza imperfezioni? Sarebbe veramente possibile una condizione del genere? E un mondo fatto in questo modo sarebbe davvero più desiderabile?
Per fortuna, la storia e l’intuizione umana offrono risposte preziose che troppo spesso dimentichiamo. Vale la pena riscoprire un gioiello poco conosciutp come l’Oratio de hominis dignitate (1486) di Giovanni Pico della Mirandola: non solo un vibrante canto alla “magnifica humanitas“ e alla liberttà umana, ma il manifesto programmatico del Rinascimento, la cui ispirazione risuona oggi con forza profetica e offre una chiave di lettura insostituibile per la nostra contemporaneità.
È facile rilevare come quel “vecchio” testo di un giovane e visionario filosofo, morto a 31 anni, possa diventare un commento alla nostra attualità.
Per Pico, il limite rappresenta qualcosa di, persino, “invidiabile non solo dai bruti, ma dagli astri,e dalle intelligenze stesse ultramondane, Cosa incredibile e stupenda!“. Una prospettiva che trova eco nella tradizione religiosa cristiana stessa, in cui l’incarnazione di un Dio che sceglie i confini e i limiti della condizione umana non costituisce una parentesi provvisoria, ma il cuore di un mistero denso di significato. Non si tratta, beninteso, di fare l’apologia acritica dei difetti per cristallizzarli nell’immutabilità, bensì di mutare il nostro sguardo: cambiare il modo in cui ci rapportiamo alle nostre mancanze per svelarne le potenzialità generatrici di vita e novità.
Addirittura, nell’ottica di Giovanni Pico della Mirandola, il limite e l’imperfezione si saldano indissolubilmente alla libertà umana , considerata il tratto che più di ogni altro riflette la somiglianza dell’uomo con il Creatore.
Emblematiche sono le parole che il filosofo immagina rivolte dal Creatore all’essere umano:
“Non ti abbiamo creato né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché tu possa plasmare e modellare te stesso, quasi come un arbitro onorario, nella forma che preferisci. Hai la capacità di degenerare nelle forme inferiori delle creature brutali; oppure, attraverso la determinazione del tuo spirito, puoi rigenerarti nelle forme superiori delle entità divine.”(Oratio de hominis dignitate).
Nessun vivente è esente da limiti. Eppure, il limite non va ridotto a semplice ostacolo o privazione. Al contrario, in ogni dimensione umana esso rappresenta un varco verso l’al di là di ciò che siamo ora, un’istanza di superamento che vale per gli individui come per le società e le istituzioni.
In realtà, in tutto ciò che è umano, il limite può rappresentare e rinviare all’al di là di se stessi….al di à di quello che “adesso” si è….e questo è vero sia per gli individui che per le società, i gruppi e le istituzioni.
Accettare la propria identità attuale, amarne i confini e avere il coraggio di mostrarli sembra l’unica via per vivere autenticamente tra umani.
Forse l’imperfezione e il limite andrebbero pensati in analogia al clinamen di cui parlava Lucrezio: quella minima “deviazione” e “interruzione“, nello spazio della necessità fisica, che spezza il determinismo assoluto e si trasforma in un’occasione per immaginarsi altro.
È roprio grazie a questo scarto, come intuiva Giovanni Pico della Mirandola, che l’essere umano trova lo spazio necessario per inventarsi, autogenerarsi e aprirsi a ciò che ancora non è.
