L’eloquenza degli oggetti: riscoprire la voce delle cose
Gli oggetti che ci circondano hanno qualcosa da dirci? Comprendere la lezione delle cose non richiede competenze esoteriche; richiede solo l’esercizio di uno sguardo attento, di un ascolto sensibile, di un contatto tattile.
Come suggeriva Edgar Morin, non esiste “cosa” – per quanto materiale o inerte possa apparire – che non comunichi, che non ci interroghi o non pretenda una nostra risposta.
Dobbiamo imparare a guardare di nuovo il mondo.. Per farlo, non dobbiamo dissolvere i contorni dei singoli oggetti, ma al contrario preservarne l’individualità, il posto specifico e il significato unico. Aveva ragione Baudelaire nel notare come dalle cose le parole emergano spontaneamente, pur intrecciandosi in quella complessa “foresta di simboli” che è il mondo. Oggi, forse più che mai, avvertiamo l’urgenza di un cambio di paradigma nel nostro rapporto con il mondo inanimato, naturale o artificiale che sia, parte integrante del nostro ecosistema esistenziale.
Quante cose popolano il nostro quotidiano? Dalle città alle campagne, dalle volte celesti agli angoli intimi delle nostre case, ogni oggetto che teniamo tra le mani possiede una sua voce e un senso insostituibile. Eppure, ci ostiniamo a considerarli “solo oggetti”. Se è così, perché reagiamo con tanta sofferenza quando un monumento di pietra, un umile ciottolo raccolto sulla riva di un fiume o una vecchia sedia vengono danneggiati o perduti?
Forse perché, come intuiva Walter Benjamin, “alle cose che non ho più… appartiene a volte la beatitudine del non ancora vissuto, della ripetizione, del recupero”. Spesso una cosa è, per ciascuno di noi, il vero complemento dell’esperienza vissuta.
Le cose non stanno “lì fuori” come materia muta e indistinta; esse “vengono a noi”. Se le particelle e le molecole dell’alba dell’evoluzione sono riuscite, nel tempo, a trasformarsi in linguaggio, pensiero e coscienza, non è forse possibile – come argomenta N. Katherine Hayles – che una forma di logica pre-conscia, un “impensato” (unthought), risieda da sempre anche nella materia cosiddetta inanimata? È la nostra rigida tassonomia a separare artificiosamente la molteplicità del reale.
In realtà, se ci soffermiamo a guardare, le cose ci interpellano. Sembrano osservarci e chiederci: “Io sono qui, sono il radicalmente altro da te. Cosa vuoi farne di me? Vuoi solo usarmi o senti che la mia presenza ti ri-guarda?”.
Anche il ruolo centrale degli oggetti nella fenomenologia del sacro – al di là delle distinzioni tra spiritualismo e feticismo – dovrebbe interrogarci. Da Kant e la sua “cosa in sé“, passando per l’etimologia latina di *causa* e *res*, fino ad Aristotele e Hegel, emerge con chiarezza che le cose possiedono una forza propria, capace di orientare il nostro pensiero. Come sosteneva Remo Bodei, le cose diventano tali proprio perché stratificano significati che le trasmutano in altro.
Purtroppo, abbiamo ridotto il mondo a un insieme di entità predefinite, prive di legami con la nostra soggettività. Ma è davvero giusto? Forse aveva ragione Marcel Proust: ciò che rende mute e immobili le cose intorno a noi non è la loro natura, ma la pigrizia della nostra fantasia e l’immobilità del nostro pensiero.
